Domenica, 23 luglio 2017 - ORE:04:34

The Wolf of Wall Street – La giungla della finanza secondo Martin Scorsese

The Wolf of Wall Street

The Wolf of Wall Street

“Vendimi questa penna.”

Ovvero: non c’è bisogno di una laurea in economia per avere successo a Wall Street, basta essere spregiudicati e saper astutamente creare un bisogno nelle persone.

Ma questo il giovane Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) ancora non lo sa quando, spinto dal desiderio di seguire le orme dell’avido Gordon Gekko del film di Oliver Stone “Wall Street”, decide di entrare nel mondo dell’alta finanza come broker. Il suo mentore alla prestigiosa agenzia Rothschild è l’eccentrico Mark Hannah (Matthew McConaughey) che subito inizia Belfort ai segreti del mestiere: assumere eroina per tenere il cervello sempre ai massimi ritmi, spingere i propri clienti a reinvestire il proprio denaro piuttosto che ad incassare i proventi delle azioni acquistate e infine sfogare nella masturbazione lo stress quotidiano.

Questi non sono consigli, “sono una ricetta”, gli ingredienti essenziali per portarsi a casa migliaia di dollari sotto forma di commissione.
Matthew McConaughey

Il giovane impara in fretta ma vede la propria carriera finire prima ancora di cominciare: appena ricevuta la licenza di broker infatti, il crollo della Borsa dell’ottobre 1987 si porta via la Rothschild, spedendo Belfort in una squallida agenzia di Long Island. Lì gli “affari” si fanno sulle Penny Stock, azioni di infimo valore spesso emesse da aziende che durano dal giorno alla notte.

Ad accendere l’ingegno del “lupacchiotto” però è l’alta percentuale di guadagno per il broker rispetto al costo di queste azioni; facendo ricorso alla sua innata capacità di persuasione riesce in fretta ad accumulare decine di migliaia di dollari e presto decide di mettersi in proprio. Con l’aiuto del suo braccio destro Donnie Azoff (Jonah Hill) e di qualche piccolo malvivente Belfort fonda la Stratton Oakmont; la nuova controversa società inizierà a fruttargli ancor più soldi, donne e droga, ma desterà anche l’attenzione dell’agente dell’FBI Patrick Denham (il bravo Kyle Chandler), il quale cercherà in tutti i modi le prove per incriminarlo.

Scorsere, sulla spinta di Di Caprio, riesce a mettere in scena una Wall Street così sfacciata e grottesca mai vista nelle sale cinematografiche.

Dopo tre film dal successo altalenante girati assieme a Scorsese, Leonardo Di Caprio presentò al regista il progetto di questo film già ai tempi di “Shutter Island” (2010), ma a causa della mancanza di fondi e per via dei numerosi impegni di entrambi l’idea fu momentaneamente accantonata. Di Caprio tuttavia, colpito dalle potenzialità del personaggio di Belfort, ha insistito per essere diretto in questo The Wolf of Wall Street proprio dal regista italo-americano. L’aver prodotto questo film al di fuori dell’influenza dei grandi studios ha consentito a Scorsese di dare libero sfogo alla propria creatività, portando in scena la Wall Street più sfacciata, allucinata e grottesca che si sia mai vista al cinema.

La vicenda ricorda da vicino quella del bravo ragazzo Henry Hill, già raccontata da Scorsese in “Goodfellas” (1990), la sua ascesa negli affari malavitosi dei gangster, la perdita del controllo e il declino; tuttavia è il registro narrativo a cambiare drasticamente rispetto alle opere precedenti. Abbandonati lo stile brutale ma preciso di film come Taxi Driver (1976) o Casinò (1995), ma anche la dolcezza estasiata vista in Hugo Cabret (2011), Scorsese traccia una spirale comica attorno alla quale ruota un’orgia di corpi, soldi, droga, restituendoci una dissacrante immagine del tempio della finanza, con toni ben lontani da “Wall Street” di Oliver Stone, col quale tuttavia si identifica nel pensiero espresso dai rispettivi protagonisti:

“Non c’è alcuna nobiltà nell’essere poveri, l’avidità è un bene”

Di Caprio Wall Street

Sul primo gradino del podio dell’eccesso si staglia Jordan Belfort, il quale, presentandosi con lo sguardo sfacciatamente rivolto alla macchina da presa, afferma senza alcuna remora:

“Oltre a Naomi e ai miei due perfetti figli, possiedo una villa, un jet privato, sei macchine, tre cavalli, due case delle vacanze e uno yacht di cinquanta metri. Scommetto come un degenerato, bevo come una spugna, vado a puttane cinque, sei volte a settimana, ci sono tre diverse agenzie federali che sperano d’incriminarmi e amo le droghe. Ogni giorno consumo abbastanza farmaci da sedare Manhattan, Long Island e il Queens. Per un mese.”

Una pellicola come denuncia delle irregolarità legate al mondo finanziario

Scorsese ammette di aver concepito il film come una denuncia delle perenni e spesso gigantesche irregolarità perpetrate nel mondo finanziario, che nel tempo hanno portato anche a grandi crash, come quello del 2009 che ha dato inizio all’attuale crisi. Tuttavia, come sua abitudine, Scorsese ci mostra la vita di Belfort da una prospettiva allettante, in cui i soldi risolvono qualsiasi problema e permettono un’esistenza sregolata senza ostacolo alcuno. Non c’è traccia di redenzione in Belfort, neanche quando ormai non può sfuggire alla giustizia: “Io non accetto un no come risposta” dichiara il re della foresta della borsa, resa dal regista con colori vividi, personaggi vuoti e stereotipati e da una quantità esagerata di “Fuck!”.
Leonardo Di Caprio

Tutto è eccessivo in The Wolf of Wall Street

Protagonisti, situazioni, perfino gli ambienti sono catturati dalla vorticosa giostra di Scorsese, svuotati di ogni morale e umanità per poi essere brutalmente vomitati davanti agli occhi dello spettatore, che nonostante tutto ne rimane affascinato e divertito, complice una buona dose di ironia.

Il punto di forza del film è sicuramente l’interpretazione di Di Caprio, che incarna un Belfort sempre sopra le righe, alternando momenti di follia pura (in cui le droghe hanno un ruolo centrale) a situazioni in cui emerge la caratteristica vincente del personaggio, ovvero la sua capacità persuasiva, ma ponendosi sempre come un grottesco clown. Una sequenza emblematica in questo senso è sicuramente quella in cui il giovane broker insegna ai suoi sgherri come fottere un malcapitato cliente al telefono, mimando l’atto sessuale mano a mano che riesce a completare la transazione. Ciò va a riprova del fatto che, come sostengono alcuni critici, l’attore statunitense trova il suo acme recitativo nei ruoli da caratterista, confermando l’impressione che abbiamo avuto dalla sua esplosiva interpretazione dello schiavista Calvin Candie in “Django Unchained” di Tarantino.

Degni di nota sono anche gli attori che interpretano i personaggi secondari tra cui Jonah Hill, perfetto come tamarra spalla comica del protagonista e per questo nominato per la seconda volta all’Oscar; bravissimo anche Kyle Chandler nelle vesti del risoluto agente Denham, personaggio fittizio ispirato all’agente speciale Gregory Coleman che indagò sugli illeciti della Stratton Oakmont. Menzione speciale infine per Matthew McConaughey il quale in un cammeo di pochi minuti ci regala una spassosissima esegesi del virile edonismo che permea tutta la pellicola.

Tecnicamente il film si attesta su ottimi livelli

La regia di Scorsese si manifesta attraverso un uso molto dinamico della macchina da presa, che “vola” con ampie inquadrature panoramiche sul grottesco zoo della Stratton Oakmont; ciò, per contrasto, conferisce un particolare valore emotivo alle sequenze che invece si risolvono con dei semplici long take ad inquadratura fissa, in cui viene quasi brutalmente imposto un legame empatico tra spettatore e protagonista. Anche il montaggio riflette bene l’allucinata frenesia del ritmo con cui si svolgono gli eventi narrati; nonostante infatti il film duri tre ore e la carrellata di eccessi tocchi vette davvero estreme, la noia non si fa sentire, perché Scorsese non ci da’ quasi mai il tempo di metabolizzare una sequenza, che già è passato a quella successiva, ancor più agitata e folle. Il tutto viene coronato da brillanti dialoghi in pieno stile tarantiniano e da una colonna sonora schizofrenica che spazia tra generi molto distanti, per culminare con un liberatorio riarrangiamento del celebre brano dei Lemonheads, “Mrs. Robinson”.

In definitiva, The Wolf Of Wall Street dimostra che il cinema di Martin Scorsese non invecchia mai

Il regista ha dato prova in passato di sapersi cimentare con successo in generi molto diversi, estranei al gangster-movie nel quale generalmente lo si identifica; qui il filmaker si rinnova ancora una volta e recuperando le basi di una storia già raccontata, ce la propone sotto una veste che non ci aspetteremmo da un cineasta dallo stile misurato come lui. Un’orgia di centottanta minuti, senza morale o redenzione; non c’è condanna per il Lupo, solo una nuova opportunità, vendere se stesso al pubblico estasiato, già dimentico di ogni depravazione da lui compiuta e sedotto dalla droga più potente di tutte: i soldi.

Speciale video-recensione

A cura di Cristiano Bacci e Beatrice Manca



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