Mercoledi, 1 marzo 2017 - ORE:18:47

Il Grande Match – Un K.O. annunciato per il film di Peter Segal

Il Grande Match

Il Grande Match

La trama de “Il Grande Match”

Billy “The Kid” McDonnen e Henry “Razor” Sharp sono due eterni rivali della boxe, entrambi con una carriera costellata di trionfi. Durante gli anni ’80 si incontrano due volte sul ring con vittorie alterne, ma prima che si possa disputare lo spareggio “Razor” dichiara inspiegabilmente di volersi ritirare dallo sport, lasciando McDonnen infuriato per non aver potuto dimostrare chi dei due fosse il campione indiscusso.

Trent’anni dopo, seppur con motivazioni differenti, i due decidono finalmente di combattere il loro ultimo match, ma si trovano a dover affrontare gli acciacchi della vecchiaia e le persone care che avevano abbandonato.
Robert De Niro (Kid) e Sylvester Stallone (Razor) tornano nuovamente insieme di fronte alla macchina da presa dopo Cop Land, e interpretano i due protagonisti de “Il Grande Match”, una sorta di crossover in cui ad affrontarsi sono i due pugili più famosi del mondo del cinema: Rocky e Toro Scatenato. Si è scelto quindi di incentrare il film su come affrontare “di petto” la terza età attraverso il riscatto fisico e morale, mediante un’intelligente operazione nostalgia in grado però di poter coinvolgere anche il pubblico più giovane.

scena 1

La prima parte del film è godibile

Il pericolo di un’iniziativa simile era quello di rendere due icone del cinema anni ’80 una coppia di ridicole macchiette; quando un anno fa venne annunciata la produzione del film tuttavia, abbiamo sperato che la partecipazione dei due attori, i quali devono a Rocky e Jack La Motta due belle spinte alle loro carriere, derivasse dalla consapevolezza di avere alle spalle almeno una solida sceneggiatura.

In effetti, almeno sulla carta, la scelta di puntare molto sull’ironia rende piuttosto godibile la prima mezz’ora di film; entrambi i protagonisti, ma specialmente Razor, sembrano rimasti congelati negli anni d’oro della propria carriera sportiva, e uno degli aspetti più comici e riusciti del film è il modo con cui essi si confrontano con il mondo (tecnologico) odierno, dove la pubblicità è più efficace se passa per YouTube che attraverso una conferenza stampa e alla boxe si preferiscono l’MMA e i videogiochi.

Mentre la seconda parte è in caduta libera

La seconda parte è invece più improntata sulla riflessione e sul confronto interiore dei protagonisti, tra i quali si inserisce anche Sally, interpretata da una Kim Basinger la cui espressività del volto è ridotta ai minimi termini a causa dei numerosi “ritocchini”.
Qui il film inizia ad arenarsi nel tentativo, tra una gag geriatrica e l’altra, di fornire spessore ai vari personaggi di contorno tra una battuta e l’altra; si vanno quindi a tratteggiare grossolanamente un paio di subplot già di per sé banali, come un rapporto padre-figlio o il recupero dei legami di una storia d’amore vecchia di trent’anni.

Quest’ultima in particolare risulta davvero fuori posto; vedere Stallone ben vestito passeggiare tranquillamente per un parco è ancora più incredibile che osservarlo scrivere libri nell’action “Escape Plan! E’ pur vero che nelle sue ultime pellicole l’attore ha dotato i propri personaggi di una vena di dolce malinconia, forse derivante anche dalla drammatica esperienza della morte del figlio Sage.

Il problema principale del film è però riconducibile all’età dei protagonisti; l’impressione immediata è che De Niro e Stallone proprio non ce la facciano più a girare scene che richiedano loro un po’ di sforzo fisico. In realtà soprattutto “Sly“ con gli action continua a divertirsi parecchio; già con “Escape PlanI” ma anche ne “I Mercenari” o più nel recente “Bullet To The Head” l’attore ha dovuto prepararsi molto sul piano fisico, dimostrando di avera ancora molta energia, sebbene alle soglie dei 70 anni.

scena 2

Segal e la boxe non vanno decisamente d’accordo

E allora cos’è che ha reso questo “Grande Match” più una partita a bocce che un incontro di boxe? Probabilmente la regia stanca e svogliata di Peter Segal; se infatti già nella prima parte il regista si limitava a guardare passivamente lo svolgersi delle situazioni, è nell’incontro finale che il film va a tappeto. Coadiuvato anche da una fotografia decisamente scarna e da una coreografia forse un po’ troppo semplice, Segal si dimostra completamente inadatto a mettere in scena un incontro di boxe; non solo non descrive efficacemente la sequenza attraverso la gestione dei punti macchina, ma soprattutto non riesce a dare le giuste indicazioni agli attori, che finiscono per combattersi con la stessa intensità di una partita di briscola al bar. Anche il montaggio del combattimento fa storcere il naso per la sua semplicità elementare, più attento a nascondere il fatto che gli attori nemmeno si sfiorano mentre bisticciano sul ring, che a dare forza e dinamicità all’incontro.

Un film isipido, che vuole essere umoristico ma che si trascina stancamente

Insomma siamo anche esteticamente ben lontani dai vari Rocky o da Toro Scatenato e se ciò contribuisce all’insipidità de “Il Grande Match”, dall’altra rispolvera, qualora ce ne fosse stato bisogno, le pellicole che hanno dato gloria ai protagonisti. Le molteplici citazioni non sfuggiranno all’occhio degli appassionati e sono in generale ben dosate e mai fuori posto; indimenticabile è la rivisitazione in chiave ironica della celebre scena di Rocky in cui il protagonista dopo essersi svegliato al mattino si beve quattro uova crude tutte d’un fiato.
Essenziale per la comicità di quella come di altre scene del film è la presenza di Alan Arkin, lo sboccato allenatore di Henry Sharp con un piglio simile a quello mostrato in “Little Miss Sunshine” e, in parte, anche nel più recente “Uomini Di Parola”.

Il Grande Match coinvolge ben poco

Per concludere “Il Grande Match” nel suo intento di rivolgersi ad un pubblico più vasto possibile non coinvolge nessuno: sia negli USA che in Italia, oltre alla bocciatura della critica ottiene anche quella dell’audience, incassando negli Stati Uniti appena 24 milioni di dollari a fronte di un budget di 50. Rispetto a pellicole molto più interessanti come “The Fighter” e soprattutto “Warrior” non c’è equilibrio tra lo sfondo della competizione sportiva e le vicende umane dei protagonisti.
Non basta la presenza di due mostri sacri come Stallone e De Niro per risollevare le sorti di un film che complice una regia assente o dannosa, un montaggio a tratti imbarazzante e una fotografia spenta finisce inesorabilmente KO prima ancora che si arrivi sul ring.



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