Giovedi, 27 aprile 2017 - ORE:12:59

The Artist – una vittoria dedicata all’arte


La notte degli Oscar è un po’ come il gran ballo di Cenerentola, un sogno potervi prendere parte, il desiderio e l’ambizione più alta di ogni artista, che sia regista, attore, costumista, compositore.

Una notte dedicata all’arte, l’unica e sacrosanta ragione per cui si è chiamati su quel palco, tremanti d’emozione; l’unico motivo per stare attenti a non farsi cadere la statuetta dalle mani, dopo il grande impegno e l’assoluta dedizione. E come Cenerentola, gli artisti ballano e brillano per una sola notte, indimenticabile.

Quest’anno la serata è stata completamente dedicata a rendere omaggio ad uno dei film più particolari e sorprendenti del 2011: The Artist.

Il titolo di questo film è sicuramente programmatico ed emblematico. Esistono ancora oggi, come agli albori di un’arte difficile quanto unica come quella del cinema, veri artisti? Capaci di far emozionare, ridere, piangere, ballare, semplicemente grazie alla loro grande capacità espressiva e interpretativa?

The Artist, per quanto molti lo abbiano considerato un film troppo banale, racchiude proprio in questa sua semplicità e franchezza, il vero senso di questa disciplina.
Non c’è bisogno di perdersi nei colori, negli effetti speciali, nelle fantasie. Basta sedersi, mettersi comodi, e avere la pazienza di ascoltare.

Ascoltare un mondo che non è costruito da parole, spesso ridondanti e inutili, ma da sguardi, dettagli, sorrisi abbozzati, strette di mano, raffinati movimenti, che hanno da dire molto più di lunghi monologhi, a chi è capace di coglierli.
Nel silenzio della sala, dove sembra di essere stati catapultati all’epoca dei cappelli piumati, dei bicchieri di cristallo e dei grandi lampadari ricchi di storia degli anni ’30, è difficile non rimanere affascinati da un film così ben studiato, da un film completamente silenzioso ma ricco di significato.

La scelta del muto è stata sicuramente l’arma vincente del regista, che aveva già un potentissimo asso nella manica: Jean Dujardin.

L’attore francese si guadagna il titolo di miglior protagonista, e come negarglielo. In un film di difficilissima interpretazione come questo, riesce a dar corpo e vivacità a tutta la struttura grazie alla sua grande capacità espressiva, alla sua teatralità e abilità a dar spettacolo. Ed è proprio ciò che spaventa il suo stesso personaggio, non riuscire ad esprimersi veramente, a trasmettere emozioni palpabili, perché surclassato da marionette parlanti e logorroiche, troppo occupate a muovere la bocca invece di avere la naturalezza che innamora con un solo sguardo.

Ciò che rende ancora più speciale e sfizioso il film è la colonna sonora, in perfetto stile retrò, completamente composta su linee di pianoforte e strumenti a fiato, ci trascina indietro nel tempo con un po’ di nostalgia, ci fa ballare al ritmo serratissimo di un tip tap, facendoci scordare di avere alle spalle anni e anni di imponenti muri sonori, ricchi di effetti e di suoni elettronici.

The Artist fa quindi parlare di se più del dovuto, ci conquista con gli espedienti più chiari e più sinceri che il cinema, teatro per eccellenza delle storiche illusioni e finzioni, possa utilizzare.

Ci invita a fare attenzione alla qualità più che alla quantità, e soprattutto ci allena a non perderci nemmeno il singolo movimento di un granello di polvere, prima ancora di una battuta.

La vittoria di questo film è stata un po’ la vittoria di tutti gli artisti, di tutti gli attori, di tutti i registi, i tecnici, del mondo del cinema. E con la sua umiltà ha saputo ricordarci il vero motivo per cui si lavora: la passione trascinante e la voglia di rappresentare il mondo come più ci colpisce.



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