Lunedi, 29 maggio 2017 - ORE:07:45

“Prometheus”, Ridley Scott si perde


Prometheus

“Tutte le grandi cose hanno piccoli inizi”. Di certo questa frase non si può applicare a “Prometheus”, la nuova fatica cinematografica di Ridley Scott, uscito venerdì scorso nelle sale italiane e anticipato da una faraonica campagna pubblicitaria densa di febbrile attesa.

Prometheus: si può dire che sia veramente riuscito bene?

La storia è ambientata nel futuro 2089, più di trent’anni prima di “Alien”, di cui infatti dovrebbe essere prequel, quando una coppia di archeologi, la credente Elizabeth Shaw (Noomi Rapace, la Lisbeth della versione originale di Uomini che odiano le donne ) e l’ateo Charlie Holloway (Logan Marshall-Green) scoprono le perfette corrispondenze fra quelli che fino ad allora avevano ritenuto semplici resti archeologici appartenenti a diverse civiltà, ma che in realtà si rivelano essere mappe stellari, ‘inviti’ ad recarsi chissà dove per trovare chissà chi (o cosa).

La missione, finanziata da Peter Weyland (Guy Pearce) miliardario a caccia dell’immortalità, parte a bordo del Prometheus, nave spaziale che deve il suo nome al titano greco Prometeo che secondo il mito creò il genere umano. Arrivati a destinazione su di un proverbiale lontano pianeta, l’equipaggio scoprirà la passata civiltà dei creatori della razza umana, i cosiddetti ‘ingegneri’, e svelerà il mistero dello Space Jockey, il gigantesco umanoide dal petto squarciato che veniva scoperto nell’astronave aliena su un pianeta sconosciuto dall’equipaggio del primo “Alien”.

Verrebbe da chiedersi, e allora?

Come scrive David Denbie sulle colonne del New Yorker, Prometheus potrebbe essere liquidato come un « metaphysical “Boo!” movie », nel senso che, invece che trovare il senso della vita o il suo creatore, tutto ciò che in fondo i personaggi troveranno sarà un “boo!”. Come afferma il finanziatore morente, sotto sotto “non c’è niente”, l’unico scopo del film, si capisce presto, è l’effetto scenico, lo spettacolo fine a se stesso, la bella messa in mostra della nuova tecnologia 3D, ma sostenuto da una  pochezza di contenuti e di riflessioni, in un tripudio di storie senza capo né coda che proprio non ci si aspetta in una pellicola che vuole indagare interrogativi così profondi.

Le varie storie sono contraddittorie e poco sviluppate, quasi messe lì per riempire del tempo inutile, recitate da personaggi privi di spessore. Ci si aspettava ben altro dalla sceneggiatura di uno come  Damon Lindelof, già co-creatore e sceneggiatore di Lost.

Nonostante tutto, si salva l’interpretazione di Michael Fassbender , l’androide David, l’unico attore che riesce a trasmettere sensazioni profonde ed enigmatiche, catturando lo spettatore con il suo glaciale sguardo ipnotico.

Ad ogni modo ognuno è libero di esprimere il proprio giudizio critico su questo film; quindi anche noi non ci siamo certamente tirati indietro e abbiamo espresso  le nostre valutazioni riguardo il film in una recensione dettagliata.



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