Giovedi, 29 giugno 2017 - ORE:17:58

On the Road: un folle volo a ritmo di jazz


On the Road

Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era impadronita di me. Con l’arrivo di Dean Moriarty cominciò quella parte della mia vita che si può chiamare la mia vita sulla strada.

Così inizia il romanzo “On the Road”, fondamentale opera del padre della Beat Generation Jack Kerouac edita per la prima volta nel 1957, e così inizia anche l’omonimo adattamento cinematografico uscito nelle sale italiane l’11 ottobre, diretto dal brasiliano Walter Salles, già regista del road movie “I diari della motocicletta”.

Le premesse ci sono tutte: Sal Paradise (Sam Riley), pseudonimo sotto cui si nasconde l’autore stesso, e l’amico fraterno Dean Moriarty (Garrett Hedlund), pseudonimo di Neal Cassady, viaggiano in lungo e in largo, da est a ovest e ritorno, attraverso l’America di fine anni ’40. A volte soli, più spesso insieme, cercano il padre di Dean, un barbone disperso a Denver, cercano l’avventura, cercano chissà cosa, cercano senza mai trovare, per cercare ancora. Agli occhi di Sal, giovane scrittore senza ispirazione della classe media newyorkese, Dean rappresenta  un esempio di emarginazione autentica, il modello ideale di tutte quelle contraddizioni profonde che egli sentiva dentro di sè:

 «Un figlio del West e del sole, Dean. Nonostante la zia mi avesse avvertito che mi avrebbe messo nei guai, sentivo una nuova voce che mi chiamava e vedevo un nuovo orizzonte, e ci credevo, giovane com’ero; e che importanza poteva avere qualche piccolo guaio, o che Dean mi rifiutasse alla fine, come infatti sarebbe successo, su marciapiedi di fame e letti di malattia – che importanza poteva avere? Ero un giovane scrittore e volevo andare lontano».

Kerouac aveva perso il fratello maggiore Gerard a soli 4 anni; l’incontro con Cassady è come il ritrovamento di un fantasma creduto perso per sempre. Jack lo avrebbe seguito in capo al mondo, è lui stesso ad ammettero, e così sarà.

Il loro ‘folle volo’ a ritmo di jazz e di esperienze mortifere li condurrà lontano da dove erano partiti, e non solo fisicamente, perché sempre ad una affrettata partenza succede un altrettanto rapido ritorno.

Analisi On the Road

La genialità dello scrittore è quella di riuscire a presentarci inalterato e sempre condivisibile il senso di vuoto e di prigionia simbolo di una generazione, anche a cinquant’anni di distanza. I protagonisti fuggono da una vita tranquilla, da un lavoro stabile, da un matrimonio pressoché felice non per rispondere ad un richiamo più alto, non per necessità, non per obbligo morale ma semplicemente perché quella è la loro natura, perché i loro tormenti li scoveranno anche se protetti da una agiata patina borghese, perché il desiderio di scoprire se stessi e quello di perdersi dentro al mondo sono senz’altro più forti. Il loro è dunque un eterno partire, un moto continuo che cerca di cancellare la noia e il torpore dell’America post-bellica, ma anche l’onnipresente ombra della morte, senza mai riuscirci, senza poter arrendersi mai. E la bravura del regista è quella di riuscire a mantenere inalterati tutti questi elementi (con difficoltà, a volte) pur senza rinunciare alla dimensione continuamente narrativa del film. Tutto questo affidandosi alle buone prove del cast, fra cui ricordiamo, oltre ai già citati protagonisti, una piuttosto realistica Kristen Stewart (Marylou, sedicenne moglie di Moriarty), Kirsten Dunst (Camille), Tom Sturridge  (Carlo Marx, psudonimo di Allan Ginsberg), Viggo Mortensen (Old Bull Lee) e un pittoresco cameo di Steve Buscemi nel ruolo di un commesso viaggiatore che, dopo aver chiesto (e ottenuto) delle prestazioni sessuali, abbandona i due ragazzi alla prima occasione lasciandoli stupefatti e con l’unica certezza che appena le persone ottengono ciò che vogliono, scappano via terrorizzate.

L’unica pecca di On the Road, forse, è quella di porre troppo spesso l’accento sulle esperienze con la droga e il sesso, di certo presenti nel libro, ma non in maniera così ricorrente come nel film, e sulla quasi idilliaca vita da strada, finendo con l’appiattirsi, in questo caso, in mera descrizione di una notte folle.

Ma non lasciamoci confondere dalle apparenze: “On the road” è stato ed è prima di tutto una storia di amicizia e amore, e su come essi possano accompagnarci in tutti i nostri momenti bloccandoci comunque dietro una barriera di incomunicabilità e incomprensione; una storia di ribellione mai facile e di bisogno di rivolta al senso dell’eterno, onnipresente vuoto, ai valori sociali vuoti, ai discorsi vuoti, alle persone vuote; una storia che parla di tutti e riguarda tutti, le nostre malcelate ansie, i nostri desideri profondi, i nostri occulti bisogni, oggi come allora.

Entriamo così in quell’epoca senza sentirla lontana o mitizzata, ma anzi, molto vicina all’odierna sensibilità che a sua volta sta cercando, ancora timidamente, di ‘scuotere le coscienze’ proprio come allora la generazione beat fu capace di fare.

Per guardare gli scatti più belli del film “On the Road” clicca sull’immagine sottostante:



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