Giovedi, 29 giugno 2017 - ORE:17:57

Attenzione ad ‘Effetti Collaterali’: può rischiare di far pensare


Effetti Collaterali

Effetti Collaterali: Una riflessione sulla follia dei giorni nostri

Dopo Contagion, Steven Soderbergh, l’acclamato regista di Traffic, aveva dichiarato che avrebbe chiuso con il cinema. Per fortuna ci ha ripensato, regalandoci l’elegante thriller ‘Effetti Collaterali‘, nelle sale italiane da una settimana, che rappresenta una raffinata summa ideologica e tematica della sua poetica.

La trama come pretesto?

La storia è quella di Emily Taylor (l’astro nascente Rooney Mara), giovane donna dal passato oscuro e burrascoso, che si vede la vita stravolta quando il marito Martin (un Channing Tatum non pervenuto) finisce in galera per “insider trading”. Tutti gli agi e la bella vita a cui era stata fino ad allora abituata svaniscono con lui e la donna dovrà da questo momento in poi provvedere nuovamente a se stessa con le sue sole forze, lottando contro una forte depressione di cui soffre da tempo. L’uscita dell’uomo dal carcere non fa che aggravare la situazione e, dopo un fallito tentativo di suicidio, Emily inizierà a frequentare lo studio del dottor Jonathan Banks (un raffinato Jude Law che tiene su la storia quasi da solo), psichiatra intenzionato a curarla. Ma il nuovo psicofarmaco, somministratole a seguito di un colloquio con la sua ex psicologa, la dottoressa Victoria Siebert (la solita Catherine Zeta-Jones ai limiti del guardabile), scatenerà in lei preoccupanti effetti collaterali che la porteranno, in un momento di sonnambulismo, ad accoltellare il marito. La situazione andrà via via peggiorando, in quello che si aspettava un crescendo di suspence, ma che lascia lo spettatore piuttosto passivo nel guardare la storia ribaltarsi un colpo di scena dietro l’altro, senza che questi causino il benché minimo turbamento. Tanto la prima parte era stata densa di significati e brividi, colpi da maestro e alti toni narrativi, quanto la seconda scende di livello, andandosi a rifugiare nella sicurezza di una trama ben confezionata nonché piuttosto prevedibile, e spingendosi lentamente verso la fine con una sorta di noia di fondo.

medici-e-pazienti2Un film diviso nettamente in due metà

Troviamo qui un Soderberg più attento alle domande poste che alle risposte da fornire, che parte con quello che sembrava un thriller manualistico, intessuto di innumerevoli rimandi hitchcockiani e sociali, e lì si ferma, come se fosse solo quella la parte che lo interessava, come se la trama non lo interessasse più di tanto per quanto riguarda la sua conclusione. Ma non c’è da lamentarsene. In un cinema come quello odierno che pressoché all’unanimità guida passo passo lo spettatore, forse il regista statunitense ha scelto la via più particolare e autorevole di condurre il gioco, evitando di limitarsi a raccontare una favoletta ma cercando di indagare le pieghe più oscure dell’animo umano, con sorprendenti risultati e un finale aperto, nell’enigmatico e cupo sguardo di Rooney Mara, lasciando lo spettatore libero di fantasticare o ragionare personalmente sui diversi significati. Bellissima e magistralmente diretta l’ultima sequenza in cui ogni equilibrio appare ormai ristabilito, alla maniera del vecchio cinema. Jonathan ha riconquistato la propria vita e va avanti, mentre Emily è finalmente rinchiusa là dove deve stare, pagando per le azioni commesse. Ma è un ritorno all’ordine solo superficiale: nell’ultimissima scena la Mara, rinchiusa nell’ospedale psichiatrico, rivolge uno sguardo ormai davvero perso, vuoto, fuori dalla finestra e, rispondendo alla domanda ‘Come stai adesso?’ con un laconico ‘Meglio. Molto meglio’ lascia un finale libero e aperto non solo nella trama, ma anche nell’interpretazione. Proprio quello sguardo angosciante e angoscioso apre una profonda riflessione circa un altro grande tema soderberghiano, la follia. La follia dei nostri giorni, dell’abuso dei farmaci, di come conduciamo le nostre relazioni interpersonali o con noi stessi, la follia di un mondo frenetico che ormai non la sa più riconoscere come tale. Dove ricercarla quando ormai essa si annidia in ogni piega dei nostri vissuti e dei nostri comportamenti, in ogni aspetto della vita contemporanea? I grandi silenzi dei protagonisti sembrano domandare insistentemente, e proprio là troviamo il nocciolo della questione.

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Un nuovo surrealismo

È soltanto qui che capiamo come mai ci viene da definire questo film come una rielaborazione di vari generi, fra cui l’horror. Soderbergh non ha bisogno di lavorare troppo con la fantasia, presentandoci mostri o fantasmi per generare in noi un senso di freddo terrore. Si limita a prendere alcuni comportamenti, gesti o atti che a molti possono perfino sembrare quotidiani, come tagliare i pomodori fissando il vuoto, e schiaffarli in primo piano sullo schermo, nitidi e ben visibili, speculari. Egli prende le “brutte inquadrature” surrealiste bunueliane e le fa sue, raffinandole e perfezionandole, mantenendo però intatto il loro significato più autentico, secondo cui l’orrore non sta nel mostruoso ma nella becera normalità. Qui sta il cuore profondo non solo della pellicola, ma anche del suo regista, nonché direttore della fotografia sotto lo pseudonimo di Peter Andrews, che in tutti questi anni ha continuato a lavorare proficuamente ad Hollywood pur riuscendo a mantenere un percorso autoriale coerente con se stesso, che si nutre di vita vissuta per poi evolvere in modi sorprendenti, surreali appunto, pur senza dimenticare mai la realtà, come solo il grande cinema sa fare.

Effetti CollateraliNote tecniche  a margine

  • Nota dolente: musica assolutamente irrilevante e assente, non contribuisce minimamente ad arricchire il tessuto narrativo o tematico: come se non ci fosse neppure. Un vero peccato per Thomas Newman, compositore candidato per ben 10 volte all’Oscar.
  • Nota alta: fotografia superba ed ineccepibile, cura dei dettagli fin troppo precisa. Si sente la perfetta coerenza con la regia.


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