Mercoledi, 13 dicembre 2017 - ORE:15:36

The Bling Ring: luccicante esaltazione del nulla

The Bling Ring

The Bling Ring

The Bling Ring: Il fascino perverso per Bonnie&Clyde

L’incredibile storia, raccontata dalla giornalista Nancy Jo Sales nell’articolo per Vanity Fair The Suspects Wore Louboutins è quella di una banda di adolescenti che, fra l’ottobre del 2008 e l’agosto del 2009, in una luccicante Los Angeles tanto vuota quanto seducente, rapinarono le case delle loro star preferite, fra cui Paris Hilton, Lindsay Lohan, Orlando Bloom e altri, per un valore totale di 3 milioni di dollari in contanti e beni materiali.

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Il metodo era elementare: bastava informarsi preventivamente su quale celebrità era fuori città per presenziare ad una cerimonia e successivamente cercarne l’indirizzo. Tutto su Internet. Tutto comodamente fatto dalla poltrona di casa. The Bling Ring racconta quindi un’avventura adolescenziale accompagnata da leggi infrante e da una condotta sociale antietica. Tutto questo solo per puro divertimento legato al lusso e al possedere quante più cose griffate. Quando Sofia Coppola lesse per la prima volta il sopracitato articolo deve aver sicuramente fatto un salto dalla sedia, o almeno aver lanciato un gridolino di gioia.
The Bling Ring 2013

Una delle particolarità di The Bling Ring sta proprio nel fatto che il film sia stato girato come un vero documentario sul crimine giovanile: proprio come quelli che a ripetizione si possono osservare sui canali televisivi contemporanei, un fatto di per se sconcertante, ma che suscita sicuramente tanti interrogativi su come le nuove generazioni stiano pian piano andando verso un ideale di vita senza un preciso scopo.

“Narrativamente statico, moralmente banale”

Le tematiche che emergono in The Bling Ring sono quelle più affine alla regista di ‘Marie Antoinette‘, che della cultura pop e dei personaggi banali ha fatto il proprio cavallo di battaglia. Non troverete moralismi o apologie in questo lungometraggio, che potrebbe essere quasi definito documentaristico, grazie alle inquadrature a volte così strette che permettono di osservare ogni singolo oggetto nella camera di Paris Hilton, a volte totali e pressoché statiche, come quella della casa di Audrina Patridge, che, grazie alla speciale conformazione della casa, fatta per la maggior parte di vetro, ci permette di entrare dentro le dinamiche, dentro le azioni, dentro i pensieri, pur restandone radicalmente fuori, e molto lontani, anche.

Ed è lì che la Coppola ci vuole, pronti e ricettivi, senza pregiudizi, mentre sentiamo invece che lo sguardo di lei non può essere libero da sentimenti ed empatia. Dopotutto quei ragazzi vivevano le loro vuote vite fotocopia vicino a lei, forse con simili problematiche, simili frustrazioni, e non può che esserci onestà da parte della regista nel non condannarli mai, nell’affermare, velatamente ma non troppo, che Paris Hilton ha avuto bisogno di svariati mesi per capire di essere stata derubata, in quanto nell’autocelebrazione e nell’opulenza della sua abitazione poche migliaia di dollari vanno perdute nel dimenticatoio, suggerendo arditamente che in fin dei conti la colpa non è unicamente di una manciata di ragazzi sbandati e sciocchi, ma anche di quella società che così li ha voluti, così li ha cresciuti, quei valori gli ha insegnato e che gli ha dato gli strumenti ma non i mezzi necessari.

“Dai, andiamo… Voglio le cose di Paris!”

-Cit. Nicki (Emma Watson)

Quest’ultima frase si adatta bene all’intero film, che da qui in poi, non riuscendo a spaccare la superficie e ad andare più a fondo, si arena in un banale quadro di disagiata realtà giovanile che ascolta l’hip hop e si fa gli autoscatti con il telefonino da postare sui social network. Insomma, qualcosa che basta uscire per strada per vedere continuamente.

Cosa buttare e cosa salvare

Purtroppo in The Bling Ring vediamo un ulteriore passo indietro della Coppola, che si ferma ad un’osservazione cronachistica ben poco originale, avventurandosi in sociologismi che non funzionano e appiattendosi ancora di più rispetto all’ultimo ‘Somewhere’ sugli schemi triti e ritriti a lei maggiormente congeniali.

Nel complesso Sofia Coppola e le sue ragazze, vuote più che cattive, immature più che interrotte (da cui emerge una Emma Watson sulla buona strada per togliersi di dosso il personaggio di Hermione Granger) delineano un ritratto facile, algido e veritiero di una subcultura agghiacciante e a tratti così ingenuamente insensata da risultare divertente, seguita sempre con ironia, comprensione e tatto tutte femminili, in pieno stile Coppola.



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