Martedi, 25 aprile 2017 - ORE:06:48

E se la tua Lei fosse un sistema operativo?

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Lei, la virtuale Samantha, e lui, il solitario Theodore

Samantha (questo il nome che OS1 sceglie per sé, dopo aver scartabellato un libro di nomi in 2 centesimi di secondo) legge le mail per Theodore, fa ordine nei suoi documenti, gli ricorda gli appuntamenti. Si rivela efficiente, ma anche spiritosa, curiosa, in continua evoluzione, guardando il mondo attraverso gli occhi di Theodore riesce a crescere e ad arricchirsi di nuove sensazioni ed emozioni. Non a caso, nella versione originale è Scarlett Johansson a scaldare la fantasia di Theodore e degli uomini in sala. Ancora meno a caso, la prima domanda che gli fa il computer per calibrare la voce, è il rapporto che ha con la madre. Freudianamente, non è difficile capire dove si sta andando a parare: Samantha si innamora di Theodore e Theodore di Samantha. Grazie ad un auricolare e ad una videocamera nel taschino, da uno diventano due, il solitario Theodore interagisce con lei, condivide i suoi pensieri, le sue giornate e il suo mondo.

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Un amore 2.0 fatto di parole

Chiariamolo: la vita di Theodore è fatta di parole. Di mestiere scrive su commissione, sposa una scrittrice dopo aver letto «tutto ciò che ha scritto»; fa sesso, quando capita, tramite chat-line erotiche, cioè, parlando.
Theodore nelle parole ci vive, ci sguazza, ci annega: non c’è da stupirsi che si innamori di una voce e attraverso una voce, che è tutto ciò che può avere di lei. Samantha a sua volta smania per avere un corpo, ne trova addirittura uno attraverso cui fare l’amore con Theodore, per interposta persona, ma alla fine decide che tutto sommato un corpo mortale non gli interessa, lei si evolve troppo velocemente, e, come ci insegnano Matrix, Terminator e tutta una filmografia fantascientifica, un comune mortale non può stare al passo di un’intelligenza artificiale.

Ciò che stupisce e commuove è che nella più surreale ed astrusa delle storie d’amore si ripercorrano tutti i clichè delle storie normali: dallo “sto lavorando” per evitare una conversazione all’ansia da ‘mattina dopo’ (“non voglio una storia seria”) fino al fatidico “dobbiamo parlare”. Gelosia verso le altre donne (vere)? Macchè, verso altri sistemi operativi. D’altronde, provate a competere con un’intelligenza artificiale!

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L’etica di Her e l’Estetica di Jonze

Spike Jonze non è un uomo di parole. Non viene dalla scrittura, ma dalle immagini: i suoi videoclip hanno fatto la storia. E infatti il film, esteticamente, è insuperabile: ambientato in una Los Angeles patinata ed elegante, ricostruita a Shangai, Spike Jonze ci regala un futuro ‘di design’, confortevole, sobrio, uffici che sembrano la versione 2.0 della californiana Apple e appartamenti di lusso, minimalisti: impeccabile e perfetta la scenografia, superba la fotografia. I primissimi piani sul volto di Phoenix che ci fanno vedere il mondo dagli occhi di Theodore e si fondono con i paesaggi, con la luce della spiaggia, con le nevicate notturne, con le albe, i tramonti, i notturni metropolitani.

Un consiglio? Guardatelo in lingua originale!

Geniale l’uso delle scene senza sonoro nei ricordi, e le voci a schermo buio, per esasperare la carica sensuale di un eros a parole, immaginato senza poter essere consumato fino in fondo: peccato che una scena incredibile come questa, due minuti di schermo a nero e voci orgasmiche, senza la carica erotica della Johansson perda molto. Questo è uno di quei film che devono essere visti in lingua originale: Micaela Ramazzotti, per quanto brava, cede nell’affettazione della dizione per eliminare il suo naturale accento romano, e così noi sentiamo una Samantha trattenuta, piattissima, attenta a non sbagliare una parola, priva di carattere e sensualità fonetica. La Johansson infatti, per ricreare un certo coinvolgimento anche nell’uso della voce “doppiava” il film nella stessa stanza di Phoenix.

Ma alla fine, chi è l’alienato?

Theodore che si innamora di un computer o chi lo paga da vent’anni per scrivere ai figli al college? E i sentimenti che prova Samantha, sono veri o programmati? Peggio ancora: si può vivere una storia d’amore con una persona che esiste solo programmata da un pc, senza un corpo?

Che cosa significa condividere la propria vita con un’altra persona?

Si chiede lucidamente Samantha. Nemmeno Theodore lo sa: vuoi vedere che alla fine aveva ragione l’ex moglie, che non sa gestire una relazione reale? In fondo Lei si può anche leggere come una struggente dichiarazione di amore, e di scuse, di Spike Jonze all’ex moglie Sofia Coppola. Lampante quella mail di scuse inviata alla fine a Rooney Mara, che nel film somiglia tantissimo, guarda caso, all’ex signora Jonze.

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Surreale? No, già visto.

Le domande che pone il film sono azzeccate, intelligenti, giuste, nemmeno troppo astruse nel nostro 2014. Per le risposte, si poteva fare di più. Incensato agli Oscar, osannato dalla critica e largamente snobbato dal pubblico (non l’abbiamo capito? La Ramazzotti ha dato il colpo di grazia?) Lei resta comunque un film intelligente nelle intenzioni, per quanto statico e monocorde nella forma, sospeso, come gli arpeggi del pianoforte e i suoi colori pastello. Pochi i guizzi felici della sceneggiatura (premiata agli Oscar) i dialoghi sfumano inesorabilmente nel ‘predictable’.
L’intuizione potente del film, lasciata morire così ricade nel già visto, e pure tante volte: penso, un po’ alla lontana, ad Io robot. Penso all’amore virtuale di S1mOne. Penso a Blade Runner, dove si chiede alla fine “quanto possa durare” la storia fra un umano e una replicante (ma in fondo, in una storia d’amore reale, lo sappiamo mai quanto potrà durare?) Penso soprattutto ad I love you  di Marco Ferreri, in cui Christopher Lambert si innamora di un portachiavi con la voce di donna. Come giustamente ricorda Francesco Alò: i surrealisti americani non conoscono mai i surrealisti europei. Vi sembrerà surreale ma è così.



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