Martedi, 30 maggio 2017 - ORE:11:18

Recensione Everest: Una scalata che non convince…

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Everest

Il regista islandese Baltasar Kormákur ha aperto con il suo Everest l’ultima mostra del cinema di Venezia. Basato sul saggio Aria Sottile dell’alpinista Jon Krakauer il film narra della terribile spedizione per la scalata della montagna avvenuta nel 1996 alla quale prese parte anche lo scrittore. Non particolarmente apprezzata già alla sua presentazione al lido, la pellicola ha tra i punti di forza la spettacolare resa visiva della montagna ma in compenso stecca sulla parte narrativa pur disponendo di un nutrito cast di attori dall’affermato talento.

Trama Everest

Nella primavera del 1996 Rob Hall (Jason Clarke) esperto alpinista neozelandese è impegnato nella sua quinta ascensione alla vetta del mondo, il monte Everest, con la sua compagnia la Adventure Consultants. Tra i suoi clienti per questa scalata oltre all’amico postino Doug Hansen e al ricco Texano Beck Weathers (Josh Brolin) spicca il saggista e alpinista Jon Krakauer (Michael Kelly), deciso a scrivere di questa sua nuova impresa.

Come sempre supoortato dalla suo esperto team, Rob giunto in Nepal comincia la preparazione prevista per l’ascesa e nonostante qualche difficoltà tutti i partecipanti alla fine risultano idonei all’impresa. Durante l’addestramento però Hall viene a conoscenza che altre compagnie sono intenzionate a salire lo stesso giorno e tra queste c’è anche quella dell’amico/rivale Scott Fischer (Jake Gyllenhaal), leggenda americana dell’alpinismo.

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Nonostante gli avvertimenti di Rob sulla possibilità che salire in così tanti possa aumentare i rischi della scalata nessuno è intenzionato a posticipare la propria impresa. Così l’undici Maggio del 1996 tutti i gruppi partono per la cima inconsapevoli di quale tragedia sta per abbattersi su di loro.

La scarsa preparazione di alcuni elementi, il grande affollamento e l’ossessione del successo porteranno a gravi ritardi sulla tabella di marcia. La montagna però non ha pietà di chi non è pronto e scatena tutta la sua furia con quella che resterà negli annali come una tra le peggiori bufere mai affrontate dall’uomo. Mentre gli alpinisti affrontano la morte a viso aperto, a casa i loro cari pregano di rivederli tornare sani e salvi. Tra di loro conosciamo Jan Hall (Kiera Knightley) e Peach Weathers (Robin Wright) legate dal terrore del non rivedere mai più i propri compagni.

Commento Everest

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Everest non è il classico racconto dell’eterna sfida dell’uomo contro la natura, bensì sull’ossessione e precisamente quella del successo. Nessuno dei protagonisti sa perchè affronta le folli scalate dove il rischio di morire è altissimo, ma sa solo che deve arrivare in cima, forse per potersi sentire vivo.

Tema sicuramente affascinante quello affrontato da Kormákur, peccato che il suo Everest riesca a colpire solo visivamente steccando proprio sui contenuti.  Il regista islandese ha eseguito un lavoro eccellente nella resa visiva della montagna, ripresa tanto nella sua bellezza suggestiva quanto nella sua spietata furia, adoperando sapientemente sequenze in CGI, scene di repertorio, sul posto, ricostruzioni in studio e spettacolari riprese verticali, fantastiche per esaltare il senso di vertigine. Lo stesso però non si può dire della resa della storia, minata anche da una sceneggiatura piuttosto anonima e scialba.

Quello che manca in questo film drammatico è paradossalmente proprio la drammaticità, il pathos, che il regista non riesce mai davvero a trasmettere pur potendo contare su un nutrito cast. Fin troppo nutrito oserei dire. Oltre ai già citati Brolin e Clarke, al film partecipano anche altri nomi importanti quali Knightley, Kelly, Wortinghto, Wright, la cui presenza sulla schermo è però misurabile col contagocce e a conti fatti pure la partecipazione di Gyllenhaall è decisamente effimera. Troppi personaggi, poco tempo e poca caratterizzazione.

Tornando ai protagonisti Brolin e Clarke, essi sono gli unici ad avere maggiore personalità. Essi rappresentano due personaggi tanto diversi quanto accomunati dal desiderio di arrivare in cima al mondo e ai quali sono affidate le scene drammatiche chiave del film che purtroppo non catturano mai lo spettatore. Questo a causa dei continui salti tra la tragedia della bufera e la tranquillità delle case delle consorti, troppo frequenti e davvero fastidiosi, che spezzano costantemente il ritmo drammatico.

Conclusioni

Everest è un film visivamente imponente, merito di una fantastica fotografia e all’occhio del suo regista che però non si ripete sul piano della narrazione non riuscendo mai a coinvolgere totalmente lo spettatore nel dramma che scorre sullo schermo pur ricercando il massimo realismo possibile. Il vero dramma di questo film è proprio la sua mancanza.



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