Mercoledi, 28 giugno 2017 - ORE:21:03

Questioni di cuore

squatters


Angelo, carrozziere di borgata, e Alberto, sceneggiatore in crisi, vengono colpiti da infarto nello stesso periodo e si ritrovano a condividere la stessa stanza. Dal quel momento tra i due inizia un’intensa amicizia, malgrado la malattia e le diversità, e diventeranno indispensabili l’uno all’altro, condividendo le gioie e i dolori della vita di tutti i giorni.

Francesca Archibugi dirige una storia di amicizia tra due uomini, i quali si trovano sì vicini di letto nell’ospedale, ma appertengono a due mondi molto distanti. Già dalla prima scena si nota questa differenza sociale: Albero sente qualcuno sparare ai piccioni mentre è a letto, si alza e si affaccia alla finestra per guardare, una finestra dove ad attenderlo c’è un bel paesaggio cittadino. Angelo invece appena alzato si preoccupa subito di controllare che il figlio stia bene, presentandosi immediatamente come premuroso padre di famiglia, e chiude la persiana davanti alla quale c’è proprio un uomo con il fucile. Da lì a poco però entrambi saranno colpiti da qualcosa che accumuna ogni categoria sociale: l’infarto.

In ospedale le loro differenze vengono marcate con più forza, ma da un diverso punto di vista. Alberto è solo, vengono a fargli visita i suoi colleghi, persone che non sono realmente interessate alla sua salute e che addirittura lo disturbano. Invece è la famiglia, una famiglia che ama e dalla quale è amato, a far visita ad Angelo: la moglie e i due figli. Ma entrambi, quando si trovano soli nel buio della stanza, possono solo aiutarsi l’un l’altro e spalleggiarsi nello spirito contro la morte, così come faranno per tutta la durata del film, dando inizio ad una grande amicizia.

Alberto riesce a superare subito l’infarto e, paradossalmente, lui che era in depressione riinizia a vivere. Vedendo in Angelo e nella sua famiglia l’esempio della vita perfetta, inizierà a frequentare l’amico di ospedale. Angelo lo aiuterà in tutti i modi, insegnandogli il suo lavoro e ospitandolo a casa, dandogli così la famiglia che Alberto aveva sempre sognato. Ma la vita di Angelo non è perfetta. Il suo cuore non riesce a superare l’infarto e rimane debolissimo. Angelo, la cui voce si riduce ad un sussuro sempre più di scena in scena, passa le giornate aspettando una morte che lo raggiungerà presto. Sentendo la morte ormai vicina, cercherà in ogni modo di avvicinare il più possibile i suoi familiari ad Alberto, in modo di poter assicurare loro un futuro.

Le scene più belle e simboliche sono le due scene dove i due uomini rimangono da soli a dominare la scena. Nella prima i due sono a letto insieme e scherzando ridono come mai prima nel film. Parlano di storie divertenti, del passato, di un presente incerto ma sanno (e se lo dicono) che aiutandosi l’un l’altro non avranno nulla da temere. La seconda invece è la scena più commovente del film: quando Angelo rivela ad Alberto di essere un condannato. Il primo è arrabbiato per via del modo di fare di Alberto, che si comporta come se stesse per morire da un momento all’altro e lui non si capacità del perché. Ma basta uno sguardo, che i due amici si fissino dritti negli occhi, affinché Alberto capisca la tragica verità. E, in silenzio ma con un grido dentro di sé che lo spettatore non può non notare, capendo che il suo miglior amico, l’unico che si era mai fidato di lui, l’uomo che gli aveva salvato la vita, sta per morire, non si rassegna e cerca in tutti i modi di salvarlo, pur consapevole che tutte le sue azioni sono inutili. Simbolica e piacevole anche la scena dove la moglie di Angelo, non appena capisce che il marito è condannato, fracassa per terra la statua della Madonna davanti alla quale aveva pianto e pregato per tutto il film.

I due attori principali sono a dir poco fantastici. Albanese interpreta Alberto, un uomo depresso, antipatico, sgarbato e impiccione, ma che quando divide la scena con Angelo si trasforma in un’altra persona. La grande abilità del suo personaggio è quella di saper dare una risposta a tutte le domande che gli vengono poste, creando così le storie per le sue sceneggiature. Quando però cade in depressione, perde il potere di creare storie rimanendo da solo con il proprio dolore, fino a che non inizierà a scrivere proprio di questa stupenda amicizia, riuscendo a trovare in Angelo e nella sua famiglia un appiglio alla vita.
Un Kim Rossi Stuart ingobbito e con un filo di voce interpreta invece Angelo, l’uomo autoritario che ama la sua famiglia e la sua vita. Angelo cerca di migliorare il suo stile di vita accumulando beni, cosa che gli procurerà guai con la legge, senza però riuscire a portare via la famiglia dalla zona malfamata dove abita. Angelo è un personaggio che muta meno drasticamente di Alberto, perché quasi subito diviene consapevole del suo destino. Quindi, rassegnato ma deciso ad andarci incontro a testa alta, cerca di fare in modo che la sua famiglia sopravviva anche senza di lui.
Da sottolineare anche l’interpretazione in un ruolo (fin troppo) secondario del grandissimo Paolo Villaggio. Interpretazione tanto simbolica quanto inutile (rischiando di diventare dispersiva): non è un caso che lui compaia in un ruolo per quanto secondario in una tragicommedia, dato che E’ la tragicommedia italiana.

Ultimo spunto di riflessione è la domanda che pone Alberto ad Angelo nella scena dove sono a letto insieme. Seppur tra le risate i due non stanno passando un bel momento e Alberto, quasi con ironia gli chiede: “L’hai capito il vero senso della vita?”
E, come se lo stesso Alberto si desse risposta, noi possiamo solo dire: “Questa è la domanda.”



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