Lunedi, 20 novembre 2017 - ORE:22:17

Leone D’Oro a Sacro Gra: fra gli scandali di Venezia trionfa il cinema povero ma bello


cinemaMai come quest’anno è stato difficile fare un pronostico su quale fra le 18 pellicole in concorso si sarebbe portata a casa il Leone d’Oro. Si sono fatti i nomi di Frears per lo struggente Philomena, o di giovani talenti come il 24enne canadese Xavier Dolan (Tom à la Ferme), Garrel, o ancora il greco Avranos, con Miss Violence  – il genere di artisti che corrispondono all’idea di cinema passionale e  un po’ Nouvelle Vague propria di Bernardo Bertolucci, presidente della giuria.
E invece il nome che è uscito dalla fatidica busta era completamente diverso: Sacro Gra di Rosi, italiano, tanto per cominciare. Erano quindici anni che un film italiano non si aggiudicava il prestigioso riconoscimento e Rosi ha vinto la scommessa non con un film, ma con un documentario, il che rende ancora più sorprendente la sua vittoria. Sacro Gra (acronimo per Grande Raccordo Anulare) è un documentario che ha il sapore di un film neorealista, che entra nelle case di chi vive intorno a questo anello d’asfalto che separa la Roma città dalla periferia. “Lo dedico a tutti gli attori del mio film, che mi hanno fatto entrare nella loro vita con estrema generosità” ha dichiarato Rosi.
Leone d’Argento meritatamente assegnato a Miss Violence, una moderna tragedia greca che porta a casa anche la Coppa Volpi per il miglior interprete maschile grazie a Themis Panou, che nel film interpreta un nonno dai modi gentile capace di abusare della nipotina.

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A Philomena, il superfavorito, fa comunque incetta di premi: premio Signis, Brian, Taddei e perfino la Coppa Giovani Giurati. Del resto, già alla proiezione in sala aveva commosso tutti, critica e pubblico: Frears racconta la storia di una ragazza madre irlandese degli anni ‘50, Philomena, e del proprio figlio, venduto dalle suore a una coppia americana, che per tutta la vita si cercheranno senza potersi mai incontrare.
Vorrei che il Papa vedesse questo film” ha dichiarato la Dench, che pur con una magistrale interpretazione non si aggiudica, come ci si aspettava, la Coppa Volpi,  ‘soffiata’ per un pelo dalla nostrana Elena Cotta “per diritto d’anzianità” come ha scherzosamente detto l’ottuagenaria attrice. La Cotta è protagonista di Via Castellana Bandiera, una bella prova cinematografica della regista teatrale Emma Dante (che infatti riceve anche la Menzione Speciale all’Opera Prima). L’Italia dunque si porta a casa un bel bottino: Leone d’Oro, Coppa Volpi e Premio della Settimana della Critica per Zoran, il Mio Nipote Scemo, di Oleotto.

Ciò che stupisce – e un po’ dispiace- è la presenza marginale delle donne, fatta eccezione per la storia al femminile di Via Castellana Bandiera, vincitore del premio Lina Mangiacapre; che pure assegna una menzione d’onore al documentario-scandalo Ukraine Is Not A Brothel . La regista Kitty Greene mette a nudo- è proprio il caso di dirlo!- le contraddizioni del movimento Femen, un gruppo di donne creato da un uomo, il misterioso Viktor, che protesta contro il maschilismo.

Tirando le somme, quest’anno a Venezia hanno vinto i documentari, ha vinto un cinema povero ma bello, fatto da autori giovani, impegnati, che con pochi mezzi hanno saputo raccontare gli orrori del nostro mondo: insomma, il cinema ai tempi della crisi.
Scarsi mezzi, crowdfunding su Internet, molte volte girati in un unico ambiente, in un caso addirittura in un unico piano sequenza, senza tagli di pellicola, come il bellissimo Ana Arabia di Amos Gitai, dove le comparse non sono attori ma gente del posto, la comunità di confine israelo-palestinese.
Alcuni film addirittura sono stati girati con un solo attore, come l’applautidissimo Locke, dove il volto intenso di Tom Hardy domina per 90 minuti lo schermo, svelandoci i fili intrecciati di una storia solo attraverso la sua voce al telefono. Peccato solo che fosse fuori concorso, come pure l’emozionante Gravity di Alfonso Cuaron, che ha aperto la Mostra del Cinema con Clooney e la Bullock in versione astronauti.

Venezia

Questa Settantesima Mostra verrà ricordata sopratutto per gli scandali e gli orrori che ha raccontato sullo schermo: il serial killer necrofilo, pazzo e solitario, di James Franco (Child of God). Il ricco porno assassino di The Canyons (James Deen, pornoattore anche nella vita) che si diverte a filmare la sua bella (l’ex stellina Disney ora bad girl Lindsay Lohan) salvo poi perdere la testa e sfoderare il coltello. Alieni affamati di carne umana che per la loro caccia assumono le fascinose sembianze di Scarlett Johansonn (Under The Skin). Nonni orco, padri di cui è meglio rimanere orfani e i fratelli violenti di Tom à la Ferme, intensa storia di omosessualità fantasma (letteralmente: Tom è al funerale del suo amante). Dulcis in fundo, Moebius, la raccapricciante storia coreana di evirazione (di un figlio da parte della madre), trapianto (dal padre al figlio) e fantasmi incestuosi (sempre fra madre e figlio).

Fra le grandi sorprese della Mostra sicuramente l’ultima opera del maestro Hayao Miyazaki, che ha scelto Venezia, la città che nel 2005 l’aveva insignito del Leone D’Oro alla Carriera, per annunciare il suo ritiro: ci lascia il poetico The Wind Rises, film d’animazione ispirato a Jiro Horikoshi, l’uomo che sognava di volare.

Da segnalare fra gli arrivi in sala direttamente dal Lido, Parkland, prodotto da Tom Hanks e ben diretto da P. Landesman che racconta i fatti di quel 22 Novembre 1963 con lo sguardo di chi c’era, delle ultime persone vicine al presidente Kennedy a Dallas; a giorni nelle sale anche Ettore Scola, con Che Strano Chiamarsi Federico, una sorta di diario-documentario che ripercorre le tappe del maestro e amico Federico Fellini e dell’intero cinema italiano del dopoguerra.  Il cinema che omaggia il Cinema.



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