Giovedi, 21 settembre 2017 - ORE:10:43

“L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti


Invero, 1943. Una famiglia di poveri contadini vive alle pendici del Monte Sole, Emilia-Romagna, aiutando come possibile i partigiani a scacciare i tedeschi. Martina, la figlia di 8 anni, non parla più da quando è suo morto il suo fratellino. La madre rimane nuovamente incinta e Martina attende con ansia la nascita del fratellino, vivendo al tempo stesso la guerra tra tedeschi e partigiani dal punto di vista di una bambina. Finalmente il fratellino nasce e, quasi contemporaneamente, i tedeschi scatenano un rastrellamento senza precedenti, che passerà alla storia come la strage di Marzabotto.

Giorgio Diritti firma quello che potrebbe essere il suo film più riuscito. Il rischio di fare un film sulla strage di Marzabotto e non riuscire a renderle il giusto onore era immenso, ma lui è riuscito a ricostruire perfettamente le vicende senza enfatizzarle troppo. Stupefacente la figura di Martina, l’innocente bambina che ha deciso di non parlare dopo lo shock della morte del fratellino: l’innocente che davanti alla guerra non può preferire parola. Ottimo l’utilizzo dei colori in ogni inquadratura: i colori predominanti sono freddi (in particolare i grigio e il verde scuro), simboli che servono come sfondo della tragedia. Ma anche l’uso della luce non è casuale; il Sole si vede nitidamente in due occasioni: quando la famiglia bolognese raggiunge la casa di Martina (simbolo di una nuova speranza) e quando i partigiani respingono i tedeschi. Stesso sistema quando il mercante, che poi si scoprirà essere una spia tedesca, arriverà alla casa di Martina durante un temporale, simbolo del male che sopraggiunge insieme all’uomo.

Diritti ambienta il film nei nove mesi precedenti alla strage, nove mesi vissuti da dei poveri contadini. I poveri sono anche in questo caso quelli che ci rimettono sempre in guerra e che, sebbene cerchino invano di urlare i loro diritti, non possono dire niente di fronte a qualcosa ormai più grosso di loro. Molte, purtroppo, le scene dove sia partigiani che tedeschi arrivano alla loro casa in cerca di vitto e alloggio che non potrà esserli negato, impoverendo terribilmente la già troppo povera famiglia.
Merito di Diritti è quello di non cadere mai nel patetico e, anzi, di aggiungere ad ogni ripresa un primo piano che riesce a far capire allo spettatore ogni stato d’animo, come una lacrima o un sorriso. Idea geniale anche quella di seguire le vicende politiche con un occhio esterno, senza prendere posizione tra partigiani e tedeschi, senza condannare od assolvere crimini che sono di sua competenza.

Nel film perde significato la Chiesa, ritenuta simbolo di inviolabilità, con il Cristo che viene seppellito insieme alle preghiere ed alla speranza, dando ai preti che avevano invano sperato nella loro intoccabilità quasi un aspetto ridicolo. Non a caso lo sterminio viene fatto in Chiesa: con questo Diritti vuole farci capire fino a che punto ormai l’uomo si sia tramutato in bestia.

Vergognosa la scelta dei cinema italiani, che hanno deciso di distribuire il film solo in 55 (55!) copie in Italia, circa 3-4 volte meno di Natale a Beverly Hills.

Il film si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’argento, quello d’Oro del pubblico come miglior film a Roma e 3 David di Donatello (Miglior film, miglior produttore e miglior fonico) su 16 nomination.



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