Giovedi, 29 giugno 2017 - ORE:17:57

Editoriale: E’ la grande, bellezza. Commento al film di Sorrentino

la grande bellezza

la grande bellezza

Io appartengo in quanto romano al film La Grande Bellezza

È questa la botta di commossa emozione che mi è arrivata quando Gep/Servillo conclude il suo monologo finale:

E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.

Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. Guai se non ci sono: senza nemmeno la percezione della bellezza grande, il romano diventa piccolo piccolo, come il borghese di Alberto Sordi.
Anche se questo non è solo un film su Roma. È un film con Roma, ma senza i romani, ad eccezione del personaggio dolente e a suo modo puro interpretato da Sabrina Ferilli. Nessuno degli altri protagonisti del film è romano. Sono tutti arrivati a Roma in modo quasi naturale, per un’attrazione logica e necessaria.

servillo

Solo uno di loro trova il coraggio di andarsene perché “Roma lo ha deluso molto”.
È innegabile che nel film ci sia molto Fellini, ma non è un film felliniano. C’è Fellini perché nel 2013 non si può parlare di Roma senza Fellini. Qualche anno fa ero a un conferenza stampa in Campidoglio. Mentre il sindaco parlava, ho visto attraverso la finestra che sulla scalinata stavano facendo delle foto per una pubblicità: un giocatore di basket altissimo teneva il pallone arancione in mano mentre una ballerina gli volteggiava intorno. Non è Fellini questo?
Non ci sono ingorghi sul raccordo anulare, non c’è il popolo descritto in Roma e nel Satyricon.
Non c’è perché forse quel popolo semplicemente non esiste più. La Roma di Sorrentino è una città svuotata, attraversata da solitudini a senso unico e da un’enorme, devastante malinconia. Una malinconia per una bellezza assoluta, perfetta, universale. Chi anche solo una volta abbia camminato di notte sui sampietrini del centro, con solo il rumore dei propri passi e lo scroscio delle fontane di sottofondo, sa cosa voglio dire.

roma
È il confronto costante, perenne, con questa bellezza a rendere tutto così difficile, così folle. Qualcuno ha detto che governare Roma non è difficile, è inutile. Impresa degna di Sisifo “progettare” Roma, che sia una linea di metro o una squadra di calcio (anzi, la squadra di calcio). Perché il confronto sarà sempre impossibile: Roma non ha benchmark non ha nemmeno futuro. L’unica vera industria mai esistita qui è stato il cinema: cioè sogno e ricordo. Il resto è “chiacchiericcio e rumore”. E qui sta la grande fatica di vivere, lavorare, creare. Fatica così grande da sembrare indolenza. Ma come puoi paragonare il fare a Roma col fare a Voghera o Pistoia.

E allora per chi qui c’è nato e ci vive, l’unica strada è fare finta di essere in una città come le altre. In questo senso, non c’è città più dura, nella sua bellezza, di Roma.
Parafrasando Humphrey Bogart, “E’ la grande, bellezza. E non puoi farci nulla”.



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