Mercoledi, 1 marzo 2017 - ORE:18:44

Educazione Siberiana: una favola dark dei nostri giorni


Educazione-Siberiana

“Folle volere troppo… Un uomo non può possedere più di quello che il suo cuore può amare”.

 E’ questa la summa del ferreo codice della comunità degli Urka a cui ogni membro deve rigidamente attenersi, pena anche la morte; è questa la summa di quell’Educazione Siberiana che il regista napoletano Gabriele Salvatores ci racconta nella sua ultima fatica cinematografica, uscita nelle sale il 28 febbraio scorso, e tratta dall’omonimo romanzo autobiografico dello scrittore ormai di culto Nicolai Lilin, russo, prima di tutto siberiano,e italiano d’adozione.

Una storia controversa

Una storia di formazione, criminale e non, quella di Kolyma, un ragazzino siberiano che vive nella stretta comunità degli Urka, in  Transnistria, regione dell’ex Repubblica socialista sovietica moldava, e che impara sulla propria pelle quanto la vita può essere dura e quanto lo debbano essere altrettanto le regole che la vincolano. Un argomento così scottante che, oltre ad aver impedito, sotto richiesta dell’autore stesso, la pubblicazione del libro in russo, ha diviso nettamente la critica.

C’era una volta in Siberia

Quando ancora molti si chiedono quanto ci sia di vero nel racconto di Lilin, in Italia la pellicola è stata letta globalmente come una promessa non mantenuta, mentre all’estero è stata ribattezzata “C’era una volta in Siberia”, date le varie analogie con il film di Sergio Leone, che Salvatores per primo ammette essere di grande ispirazione per lui. «Avrei sempre desiderato fare un western – afferma – questo è un western ambientato nel Far East, girato in mezzo alla neve (anche a meno trenta gradi n.d.r.) ma con parecchi punti di contatto».

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Un progetto ambizioso per un film di qualità

Il clima impossibile non è stata l’unica grande sfida per il regista premio Oscar: «E’ un film di prime volte. La prima volta in inglese, senza attori che conoscevo, la prima volta che non ho partecipato nella produzione, la prima volta fuori dal guscio protettivo. Come dice il mio analista: prima o poi bisogna decidersi a crescere». E il salto di qualità si nota.

Partendo dalla fotografia, che insieme alla musica, elemento di cui Salvatores è cultore, regala quelle atmosfere sognanti che rendono questo film una vera e propria favola realista.

Basti pensare alla meravigliosa scena della giostra in cui, sulle note di ‘Absolute Beginners’ di David Bowie, i protagonisti sembrano voler prendere finalmente il volo verso il proprio destino, come ognuno in cuor suo desidera, proprio come le colombe di nonno Kuzya (un magistrale John Malkovich, massiccia colonna portante dell’intera pellicola) che se non vengono liberate nel cielo insieme sono destinate a morire.

La maturità dell’opera si riscontra anche nel godibilissimo montaggio, frammentato fra le varie epoche attraverso le quali si snoda la narrazione, il quale riesce comunque a mantenersi allo stesso tempo agile ed elaborato, proprio come d’altra parte la storia, tessuta sapientemente in maniera scarna ed elegante, in modo da riuscire a restituire molteplici punti di vista di una solita realtà.  Ma c’è di più.

locandina-eduzaione-siberianaUna fiaba universale

Le vicende di questa comunità, i Criminali Onesti Siberiani che hanno “rispetto per tutte le creature viventi, eccetto che la polizia, i banchieri, gli usurai”, a cui è permesso rubare e uccidere per una giusta causa, in ultimo appello non è che lo spunto di cui Salvatores si serve per raccontare un’altra storia, ancora più grande, universale, che riguarda tutti noi: la ricerca umana del proprio senso, del proprio posto nel mondo.

Divisi dal cambio epocale tra regime sovietico e nuova Russia, “in un mondo che non ha più riferimenti e non gli propone più un futuro” citando lo sceneggiatore Stefano Rulli, gli amici di Fiume Basso inseguono ognuno il proprio destino, chi attaccandosi ancora di più alle proprie ancestrali radici e a tutto ciò che esse comportano, fino ad arrivare a tatuarsele addosso, per non dimenticare mai, chi provando il salto in un vuoto sempre più cieco e sordo alla tanto disperata quanto muta richiesta di aiuto.

Di sicuro questa storia, privata dei suoi elementi di fiaba e violenza, non può che suonare familiare a tutti quei giovani che oggi a loro volta si ritrovano a rimpallare da un parte all’altra come se la terra gli tremasse sotto i piedi, senza più rassicuranti strade già precostruite, rinnegando il proprio passato, ignari del proprio futuro. Ed è in questo senso la storia di ogni cambiamento generazionale, vissuto sempre come un duro, ma necessario, strappo. Parafrasando Tomasi di Lampedusa, tutto deve cambiare per restare com’era. Oggi più che mai.



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