Giovedi, 19 gennaio 2017 - ORE:22:17

Dallas Buyers Club: Osa Vivere!

dallas buyers club

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Dallas Buyers Club, una pellicola che azzanna

Dallas, 1985. Ron Woodroof (Matthew McCounaghey) è il tipico texano da manuale, pieno di preguidizi, cowboy ed elettricista di professione, con il debole per donne, scommesse e droga. Quando un giorno scopre di aver contratto l’HIV, la sua vita come la conosceva prima viene irrimediabilmente travolta. I medici gli danno 30 giorni di vita e lo escludono dal programma di sperimentazione, gli amici lo emarginano, essendo egli ai loro occhi infetto, portatore della malattia dei gay. Non gli resta che imbarcarsi in quella che diventerà una vera battaglia per la sopravvivenza, guidato dal proprio spassionato attaccamento alla vita fino a luoghi remoti come Messico, Giappone, Israele, alla ricerca di medicine e di speranza per chi proprio non può farla finita.
Ispirato a fatti realmente accaduti, Dallas Buyers Club è stato un film difficile fin dalla sua nascita. Per 20 anni la sceneggiatura aveva circolato tra le scrivanie di Hollywood, non ottenendo altro che ben 137 rifiuti, finchè McCounaghey ha deciso di sposare il progetto:

La sceneggiatura arrivò sulla mia scrivania cinque anni fa, dopo averla letta scrissi sulla copertina ‘Ha le zanne, e mi ha azzannato‘. Decisi di voler fare questo film, il progetto slittò diverse volte ma fui determinato a realizzarlo.

Così determinato da perdere 23 chili in un qualche mese.

Mi sono consultato con un medico, ho perso 1,5 kg a settimana vivendo da eremita, nessuna vita sociale. Mi sono circondato delle stesse cose di Ron, e mi sono accorto che più dimagrivo dal collo in giù, più acquistavo energia dal collo in su. Così come è successo a Ron Woodroof. Era come se la potenza si sublimasse nella mente.

Infatti il film, diretto da Jean-Marc Vallée (non estraneo al discorso di genere, vedi la commedia del 2005 C.R.A.Z.Y.) e candidato a 6 Premi Oscar, tra i quali quello a miglior film, più che di morte, che poco spazio ottiene sulla pellicola, è un canto disperato della vita, e della gioia di poterlo fare dignitosamente e con rispetto.

jared leto

Jared Leto è camaleontico

Personaggio ancora più cardine da questo punto di vista è la splendida transessuale Rayon, compagna d’affari di Woodroof, interpretata dal camaleontico Jared Leto, non estraneo a drastici cambiamenti d’immagine, ma qui addirittura dimagrito di 13 chili e completamente rasato dalle sopracciglia in giù. La sua è una scheletrica, cerulea, tanto paurosa quanto umana, maschera di pura forza che ti trascina magneticamente a sé con innegabile carisma, ed ha il potere di farti entrare in empatia con un personaggio completamente fuori dagli schemi, di cui, forse per questo ancora di più, riusciamo a percepire la grande sensibilità tragicamente calpestata ma mai sopita.

In ogni caso, è pur vero che tutto il lungometraggio è magistralmente portato dalle ossute spalle di McCounaghey, finalmente tornato fra le stelle più brillanti di Hollywood dopo un decennio prestato al cinema più commerciale. Le macchie sul volto, i nervi visibili e tesi, il fisico emaciato, concorrono a tracciare il viaggio temporaneo di qualcuno che ha scoperto un varco oltre l’individualismo, e si è lasciato contagiare scambiando protezione con chi mai avrebbe sospettato di accogliere. L’abbraccio tra Ron e Rayon sancisce la svolta: la malattia non l’ha ucciso, piuttosto ha ucciso il mostro dentro di lui, portando alla luce la sua più vera umanità. Un’umanità cruda, però, senza alcun patetismo, testimoniata molto bene dalla sequenza che si apre in primo piano sul volto di Woodroof intento a pregare, a capo chino, illuminato dalla luce rossa delle candele, in quella che apparentemente sembra essere una chiesa ma che poi un movimento di camera all’indietro rivela essere un locale notturno.

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E’ grazie a queste due superbe interpretazioni (entrambe nominate nelle rispettive categorie agli Oscar 2014) che il film riesce a non deragliare mai per ben due ore, teso ed ironico quanto basta, narrativo ma non didascalico, aggirando molto bene il rischio di essere da un lato troppo patetico, dall’altro troppo documentaristico. Quest’ultimo aspetto è dato dalla dura critica allo strapotere delle case farmaceutiche in America (ma non solo), portato avanti senza cadere nella facile retorica che fa di tutta l’erba un fascio, seppur affermando con forza che a volte anche un piccolo gruppo di persone come il club di Dallas può fare la differenza e mettere in discussione l’intero sistema. Dopotutto, si muore davvero rimanendo fermi.
Un cowboy a braccia aperte e occhi chiusi nella stanza delle farfalle, i disturbanti fischi nella sua testa che rimbombano anche nella nostra, il pianto solitario e disperato attaccato a una flebo, l’applauso dei pochi dopo l’ultimo processo, e infine ancora la cavalcata del toro. Bastano poche, essenziali immagini per evocare una figura di tale intensità, silenziosa e titanica, come quella di Ron Woodroof, destinata a durare e, si spera, a strappare qualcosa di più di una statuetta agli Oscar, magari un pezzo della cortina di indifferenza calata sulle ancora tante, quotidiane, storie come questa.



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